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UN MONDIALE DEI TANTI SCONFITTI powered by Sidi
di CicloZeman
A Bergen si è scritta una pagina storica con Peter Sagan primo uomo capace di conquistare tre titoli mondiali consecutivi. Tre titoli in tre continenti diversi, ma su percorsi molto simili, con le difficoltà date dalla distanza più che dal tipo di terreno, quindi con la logica conclusione di una volata per i reduci e Sagan ha avuto buon gioco a mettersi alle spalle gli avversari grazie al suo spunto finale. Intendiamoci, i meriti dello slovacco ci sono tutti perché deve partire ogni volta con lo svantaggio di non avere una squadra a sua disposizione, deve saper “leggere” la corsa e capire quel che fanno gli altri rimanendo a galla fino al momento decisivo. Un’arte nel quale è un maestro al punto tale che anche nella stagione ordinaria, correndo nella Bora Hansgrohe, si è abituato a fare lo stesso anche nelle classiche e nei grandi Giri, non avendo a disposizione uno dei team più forti. A Bergen Sagan non si è visto mai, sempre nella pancia del gruppo, emergendo solo quando c’era da preparare lo sprint; probabilmente non era il miglior Sagan, non era quello delle due precedenti edizioni, ma è stato sufficiente per vincere.
 
Se Sagan è il vincitore, di sconfitti ce ne sono molti. Non tanto Kristoff, il norvegese che ha visto vicinissima la clamorosa doppietta Europei-Mondiali, che ha lanciato la volata lunga che ha stroncato le velleità di tutti gli altri sprinter, ma non dello slovacco. Chi ha deluso sono state le nazionali indicate alla vigilia come favorite. Il Belgio ad esempio era pronosticato come una squadra di stelle e alla fine è tornata a casa a mani vuote perché incapace di dare un indirizzo chiaro alla corsa. Lo stesso Van Avermaet, che pure ai Giochi di Rio aveva dimostrato di saper interpretare tatticamente corse titolate, non ha tentato nulla per evitare la volata e questa doveva essere per la nazionale belga l’esigenza primaria. Lo stesso dicasi per l’Olanda, che aveva una grande carta da giocare in Dumoulin, il miglior passista al momento in circolazione ma che per fare una sparata alla Cancellara aveva bisogno della giusta preparazione verso lo strappetto finale, invece i suoi sono rimasti alla finestra. Chi è piaciuto moltissimo è stato il francese Alaphilippe, poco considerato ma che sa come correre queste prove, ricordando che con una sparata come quella nell’ultimo giro aveva vinto la preolimpica di Rio nel 2015. Ci è andato davvero vicino e il transalpino è uno che in salita tiene, il prossimo anno potrebbe riprovarci anche a Innsbruck.
Eccoci alla nazionale italiana, che torna a casa con l’ennesimo quarto posto di Trentin (le medaglie di legno sembrano una costante del ciclismo italiano, vedi i Mondiali di Mtb). Sotto la gestione Cassani quella di Bergen è apparsa la miglior nazionale, efficiente nel seguire le indicazioni e dotata di elementi giovani ma capaci, quegli stessi ai quali è affidato il futuro nazionale nelle classiche, sempre che i loro team credano nelle loro qualità e non le sviliscano in ruoli di mero gregariato. Forse si poteva evitare di scegliere tre sprinter in squadra, Viviani e Colbrelli non si sono visti, ma gli altri hanno fatto in pieno il loro dovere. Moscon ha confermato di essere un corridore da classiche, seguendo Alaphilippe e forse la fuga a due poteva anche andare in porto, il cedimento dell’azzurro, a cui è finita la benzina a 4 km dall’arrivo, ha penalizzato anche il francese. Bravissimo Bettiol, corridore che sa leggere benissimo la corsa mentre Trentin ha forse perso il treno giusto per lanciarlo dietro Kristoff (sopra nella foto stringe la mano a Sagan). Nel complesso però la squadra è piaciuta e meritava un premio per il grande lavoro svolto.
 
L’anno prossimo il Mondiale cambia totalmente caratteristiche, il percorso di Innsbruck sarà molto selettivo e adatto agli scalatori, ma attenzione a dare Sagan per battuto in partenza, per eliminarlo bisognerà rendere la gara durissima come un tappone alpino.
 
Un arrivederci a...
Credito foto: bettiniphoto_per_sidi.com - innsbrucktirolsports.com
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